PAUL HAWKEN
“Blessed Unrest”: How the largest movement in the World came into being and why no one saw it coming” – di Paul HAWKEN
ed Viking
Traduzione italiana: Moltitudine inarrestabile, ed. Ambiente, maggio 2009
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Paul HAWKEN è un ambientalista, giornalista e autore molto noto e seguito nel mondo ecologista e dei difensori dell’ambiente naturale.
Numerosissimi sono i riconoscimenti attribuiti alla sua attività e alle sue pubblicazioni, tradotte in 27 lingue e diffuse in oltre 50 nazioni.
In quest’ultima sua opera, l’Autore riflette sulle radici comuni dei movimenti che si occupano delle tematiche ambientali e di quelli che si battono per la giustizia sociale e sulla sostanziale unitarietà delle rispettive ispirazioni che prefigurano un unico Movimento, all’insaputa degli stessi interessati; in ogni angolo della Terra, esistono gruppi di persone, rappresentanti della “società civile”, organizzati in associazioni non profit e non governative, sorte spontaneamente, che operano per la sostenibilità ecologica dello sviluppo ovvero per la giustizia sociale, sulla base di valori assai simili.
Questo complesso “arcipelago” costituisce un movimento che non corrisponde ai modelli tradizionali, non è organizzato, è orgogliosamente indipendente, non si riconosce in alcun leader e, pertanto, rappresenta un movimento umanitario globale che timidamente sta emergendo dal basso verso l’alto.
L’Autore, lo ritiene «il più grande movimento sociale in tutta la storia dell’umanità», e, nei primi capitoli, ne racconta la storia nelle varie regioni del mondo, partendo dal Nord America, e mettendo in evidenza collegamenti e coincidenze che dimostrano l’ispirazione comune, seppure inconsapevole.
Sul punto, l’Autore riporta dati interessantissimi sui siti internet di milioni di organizzazioni, dati che costituiscono un indispensabile “database” a livello mondiale. Attraverso detto “database” si può sapere “chi fa cosa e dove”, si possono scambiare le reciproche esperienze e risorse e si può tentare di mettere in relazione le realtà locali tra di loro, in vista di azioni comuni per realizzare obiettivi unitari.
Chi fosse interessato a saperne di più, può consultare, fra gli altri, il documentatissimo sito “wiserearth.org”.
L’Autore si sofferma, poi, sulle iniziative delle popolazioni indigene che, assieme ad alcuni organizzazioni non profit si stanno opponendo all’invasione delle multinazionali che, affamate di risorse, stanno distruggendo le “arche biologiche” dell’America latina, dell’Asia e dell’Africa.
Egli, inoltre, evidenzia i guasti sulla globalizzazione e i danni prodotti dal “fondamentalismo del libero mercato” in molte aree del mondo.
Nel capitolo “IMMUNITA`” l’Autore utilizza la metafora delle cellule di un organismo che si difende, per descrivere l’attività collettiva del movimento.
Nel capitolo conclusivo, intitolato “IL RIPRISTINO”, l’Autore esplicita le sue tesi sulle prospettive future del Movimento.
Secondo l’autore, la premessa dell’azione futura risiede nella convinzione che troppo spesso i problemi appaiono insolubili a causa delle modalità con cui vengono gestiti, e cioè “in maniera ideologica, dall’alto verso il basso, oligarchica e militarista”.
E propone un approccio diverso, partendo dai fatti più semplici, procedendo dal basso, risolvendo i problemi “per schemi”, l’uno dopo l’altro, «senza megasoluzioni in modo che i vari gruppi trovino il loro posto in un mondo multicentrico».
Secondo HAWKEN, alla fine, il movimento prevarrà.
Il modo di pensare alla base degli obiettivi del movimento diventerà predominante di fronte al progressivo peggioramento della situazione ambientale ed all’aggravarsi delle condizioni sociali che si renderanno evidenti a tutti e saranno insostenibili.
«Presto si diffonderà in molte istituzioni, ma ancor prima, cambierà un numero sufficiente di persone da innescare un’inversione di tendenza rispetto a secoli di comportamenti freneticamente autodistruttivi …. Le persone non cambiano finchè si sentono a loro agio»..
«La resilienza della natura umana si scontrerà con la gravità delle condizioni sociali e ambientali in ci troviamo».
Quindi «non è troppo tardi perché le maggiori istituzioni e aziende del mondo si uniscano per salvare la Terra, ma la collaborazione deve avvenire nei termini del pianeta» e cioè imparando dalla vita e reinventando il mondo dal basso verso l’alto, sulla base dei principi della giustizia e dell’ecologia.
Il ripristino ecologico sembra all’Autore straordinariamente semplice: basta eliminare quello che impedisce al sistema di guarirsi da solo.
Il ripristino sociale funziona allo stesso modo.
«Dobbiamo confidare in “NOI”: noi significa tutti, ognuno di noi».
«La nostra casa sta bruciando: l’unico modo per evitare l’incendio è unire il movimento ambientalista a quello per la giustizia sociale».
L’Autore conclude con la seguente affermazione.
«La nostra guida sarà un’intelligenza che ogni secondo crea miracoli e che vive grazie a un movimento senza nome».
L’Autore ha certamente ragione ad esaltare le potenzialità dei movimenti della società civile, senza però rendersi conto delle condizioni alle quali tanti movimenti spontanei che operano localmente possono trasformarsi in un unico soggetto rivoluzionario, capace di trasformare il mondo per imporre la pace, avviare la ristrutturazione in senso ecologico dell’economia mondiale, governare la globalizzazione nell’interesse dell’intera umanità.
L’ottimismo delle conclusioni di HAWKEN sconcerta , rilevando una fiducia nella spontanea e quasi automatica capacità di reazione dei cittadini e delle istituzioni di fronte al prevedibile, ulteriore aggravarsi della situazione mondiale, che non può essere condivisa, in quanto non esistono né prove né riscontri storici atti a suffragare detta aspettativa.
L’ingeniutà della tesi è contraddetta dalla stessa affermazione contenuta nel titolo secondo cui, fino ad ora, “nessuno si è accorto” del più grande movimento del mondo.
Appare significativo rilevare che le affermazioni fideisticamente ottimiste di HAWKEN trovano numerosissimi precedenti nel pensiero ambientalista, da quando esso è nato.
Già negli anni 1970, Aurelio PECCEI, fondatore del Club di Roma scriveva (in Quale futuro, Mondadori editore, 1974) «Vedo un immenso esercito popolare che lentamente sorge e si muove su fronti sparsi e frammentati in tutto il mondo.
E’ un esercito di cittadini qualunque, che ritengono che sia giunto il momento di cambiare le cose …… .
Come è nella tradizione, questo esercito del popolo ha alte motivazioni e un pessimo equipaggiamento, vince le scaramucce e perde le battaglie, ma ciò nonostante, poiché la storia marcia con esso, primo o poi prevarrà».
Da allora le cose sono continuamente peggiorate da ogni punto di vista; dal punto di vista dei cambiamenti climatici il mondo si è pericolosamente avvicinato ad un “punto di non ritorno” ed alla possibilità di una catastrofe ecologica; la distribuzione della ricchezza, dei redditi, dei consumi di risorse naturali non è mai stata così ineguale ed iniqua sia tra gli Stati sia all’interno degli stessi; gli squilibri strutturali tra le diverse aree monetarie si sono enormemente accresciuti; e non si può certo dire che le guerre e le tensioni internazionali siano diminuite, anzi.
Ciò nonostante il peso politico dei movimenti della società civile non è aumentato.
I suoi antagonisti, tra i quali la finanza mondiale, le imprese multinazionali, la criminalità internazionale, il terrorismo, approfittando di una globalizzazione senza regole e senza governo, hanno assunto una dimensione globale e trasformato lo scenario mondiale in un “far west” retto dalle regole del libero mercato nel quale trionfa l’uso della forza senza alcun diritto, secondo la logica e la legge del più forte.
D’altra parte, la dimensione dei problemi si è, da allora, dilatato, sicchè tanto il problema della pace, della salvaguardia dell’ambiente, dello sviluppo sostenibile e degli squilibri finanziari hanno acquisito una dimensione globale, assumendo le caratteristiche di veri e propri beni pubblici globali (senza che i movimenti della società civile ne abbiano preso coscienza).
Mi pare quindi fuori luogo il compiacimento dell’Autore nel constare “concretezza” nei movimenti della Società civile, i quali si cimentano giornalmente con i problemi che sono rimasti alla loro portata, e l’esaltazione della necessità di costruire un unico movimento “partendo dal basso”, come se il virtuoso impegno nel “particulare” automaticamente costituisse la premessa e la condizione dell’unione e della forza.
HAWKEN non ha compreso che i movimenti della società civile possono contare, condizionando il potere, solo se sapranno mobilitarsi in modo coordinato e congiunto su obiettivi politici precisi, lucidamente diretti a perseguire, a tutti i livelli, ivi compreso quello mondiale, quei beni pubblici globali di cui si è detto.
Ad essi serve una direzione unitaria, una strategia adeguata e la chiara consapevolezza degli strumenti istituzionali che sono necessari per cambiare il mondo.
Una strategia di successo, che vale come esempio della strada da seguire è stata quella della coalizione di ONG (all’inizio erano 300, divennero 2.500) che ha ottenuto nel 1998 lo Statuto della Corte penale internazionale contro i crimini di guerra e i delitti contro l’umanità.
Roberto Palea
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